Vorrei scrivere la sua storia di cane abbandonato
la storia di un cane che aveva conosciuto il caldo ventre della famiglia, coccolato
come un bambino, un fratellino, gentile e premuroso, allegro sempre.
Vorrei scrivere la sua storia perché è un romanzo non di avventure,
ma di trascuratezza.
La Tua Storia, Micola, batuffolo bianco,
elegante cane, raffinato quasi aristocratico.
Micola, io non ti degnai di uno sguardo a quel tempo,
lasciai che si dimenticassero di te. Non ti vollero più accanto…
eri troppo grosso, avresti rovinato il parquet, le poltrone costose, la nuova casa.
Non mi accorsi della tua richiesta.
Qualcuno ti portava da mangiare, ma tu avevi un’altra fame
e quel cibo era inutile e nessuno riparò lo strappo al tuo cuore.
Qualche rattoppo e via. Ma non bastava.
Ci si può ammalare di amarezza. Vuota la vecchia casa,
vuoto e silenzioso quello che era stato grondante di calore e tenerezza.
Silenzio, freddo l’inverno
troppo feroce il calore dell’estate. Povero Micola, solo come un cane, 
ora, troppo tardi, ho pensato a te.
Ma sai, si può vivere da ciechi e da folli
da amanti distruttori e da taccagni, i ghetti umani sono nel cuore,
le spade sono forgiate per scavare inferni arroventati
la pazzia è invisibile agli occhi troppo spesso, e tu ne sei una vittima.
Sai che ora, ora che conosco la tua storia e la tua morte
(un colpo di fucile ha messo fine ai tuoi ultimi anni)
ora imparo quanto stolto sia il nostro correre e perversa la sete di felicità
che ci arde, un’opulenza incancrenita dall’indifferenza.
Il freddo che tu hai patito era il freddo della nostra insana Malattia.
Micola dolce, dove sei ora non lasciarci soli.

Patrizia Buracchi

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