Tessera Amico 2012
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Il diario di Minnie

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domenica, 08 febbraio 2009

…daccordo, non sono più di questo mondo. Nel senso che non ci vivo più. Dove io sia adesso non l’ho ancora ben capito: sono solo quattro giorni che ci sto. Qui tutto è così strano! ad esempio, non vedo bene le cose che mi circondano, avvolta come sono da una specie di nebbia ovattata, ma vedo molto bene la casa dove sono cresciuta, la casa che ho dovuto lasciare dopo nove anni; vedo pure tutti i miei amici che vivono là. Ancora più strano è il fatto che sento quello che loro pensano o dicono, e li seguo senza difficoltà in ogni loro spostamento… Insomma, è come se vivessi ancora con loro, anzi di più! e questo attenua il mio senso di solitudine e di nostalgia. Ora, per dire, vedo Maria Pia e Andrea che, stanchissimi, stanno smontando il gazebo assieme a Lucia, Laura e Linda. Ripongono la merce del mercatino negli scatoloni, per poi stiparli nella grossa auto bianca. Sono stati tutto il giorno, per 11 ore, a raccogliere offerte per gli animali bisognosi e a parlare con le poche persone che si sono fermate davanti al gazebo. Il tempo è brutto, ha piovuto sempre ed è freddo. Di denaro ne hanno raccolto poco, ma in compenso sono riusciti a fare adottare una cucciola di cane di neppure due mesi, che andrà ad abitare in una grande fattoria. Quante carezze ha avuto durante il giorno, prima che la adottassero. Quelle carezze, lo so, erano anche per me, per la loro Minnie, perché io manco tanto a loro, e loro mancano tanto a me. Vorrei potermi far sentire per dire: “Non piangete per me, io non ho più dolore, e sono ancora con voi… Andate a riposare ora, veglierò sul vostro sonno come ho sempre fatto in tutti questi anni, assieme a Flippo Lippo, la Cleo, Lupo, Rex e a tutti gli altri ospiti della nostra casa-rifugio. Buona notte, cari! buona notte a tutti”.

martedì, 10 febbraio 2009

Il trascorrere del tempo, in questo luogo dove mi trovo, non riuscirei a quantificarlo se non potessi “orientarmi” con il succedersi degli eventi che accadono nella mia casa-rifugio. Qua infatti non ci sono il giorno e la notte, non ci sono le ore e i mesi e gli anni. Un tenue variare di luci dai colori molto sfumati, che cambiano e si confondono tra loro è l’unico fenomeno visivo a cui assisto. L’altro giorno (o solo qualche ora fa?) però sono stata attratta da una lontana colonna di vapore, apparsa all’improvviso, molto grande e di un vivace colore rosso-arancio. E’ sbucata dal basso, per poi salire lentamente, avvolgendosi su se stessa e inglobando man mano le nubi che incontrava sul suo cammino. L’ho seguita fino all’ultimo, poi è sparita in alto in alto, lasciandomi dentro un senso di timore reverenziale. Dicevo che il tempo, il succedersi dei giorni, io qui non lo so decifrare, e per non perdere il senso del divenire devo guardare giù (o su? o di lato?) verso la casa-rifugio dove ho lasciato tutti i miei amici. E’ come se uno spettatore venisse rinchiuso in un cinema per un tempo indeterminato, e là gli si facesse guardare una interminabile sequenza di film, che lo immergerebbero nel tempo virtuale delle storie a cui assiste, ma ignorerebbe il tempo reale che trascorre al di fuori del cinema, tempo di cui lo spettatore perderà poco a poco la cognizione. Io sono come quello spettatore!

giovedì, 12 febbraio 2009

Che spavento ho provato, poco fa… Dopo essermi svegliata da un sonno molto agitato, ho voluto guardare verso la mia casa-rifugio per rincuorarmi e salutare col pensiero i suoi abitanti, ma davanti al mio sguardo c’erano solo densi strati di ovatta fumigante, di un cupo colore violaceo. “Come! – ho pensato con spavento – li ho dunque persi per sempre?” riferendomi ovviamente ai miei cari. Mi ha preso un forte batticuore, di quelli che tolgono il respiro. Mi sono allora imposta di stare calma, accucciandomi su… già, su cosa? su quello strato, a cui non so dare un nome, dove ho passato tutti questi giorni da quando non sono più viva. Ho cominciato a concentrarmi, con tutti i sensi tesi al massimo. Alcuni istanti dopo ecco che… ma sì questo è il latrato nervoso di Otto, il setter misto bracco, ed ecco la Trottolina che gli risponde scendendo a precipizio le scale, e poi Bob detto “Rombo di tuono” che gli fa eco dalla sua cuccia in fondo al giardino, facendo vibrare i vetri delle case accanto. Riesco a mettere a fuoco anche le immagini ora, così poco a poco l’ovatta violacea lascia intravvedere l’ingresso di casa, dove c’è Andrea che sta per infilarsi il giaccone, mettere a tracolla la sua borsa di tela, apprestandosi ad uscire. Un rito questo che si ripete una trentina di volte, nell’arco della giornata. Andrea infatti è il gestore della biglietteria della linea ferroviaria che collega il comune di Capolona con il capoluogo, Arezzo. Lui così deve uscire ad ogni arrivo di treno per recarsi al box della biglietteria, che si trova poco distante. Un lavoro il suo che lo impegna tutti i giorni dell’anno; e Otto tutte le volte, vedendolo uscire, incomincia ad abbaiare in modo isterico muovendosi a scatti: infila il sottoscala che porta al giardino per poi rientrare subito dopo, e così per due, tre volte; fissa Andrea con l’occhio tondo e dilatato, senza smettere mai di latrare. Il suo non è un gioco, sono veri e propri attacchi di panico dovuti alle disgraziate vicende della sua vita passata. Povero Otto, quanto deve aver sofferto da giovane, prima di essere accolto nella nostra casa-rifugio! E non è il solo. Gran parte dei gatti e dei cani qui accolti hanno una brutta storia alle loro spalle; ma una volta arrivati hanno trovato veramente uno “scudo” che li ha protetti… Beh, per me non è andata così, purtroppo. Io sono l’eccezione, io sono stata aggredita e uccisa proprio lì, nel giardino di casa… Quegli attimi tremendi li ho rivissuti in sogno, pocanzi, mentre riposavo. Ecco perchè, svegliandomi di soprassalto, non sono riuscita a entrare subito in contatto con il “mio” mondo: il terrore, impadronitosi ancora di me, mi ha offuscato mente e cuore, inibendo ogni mia capacità di percepire l’altra dimensione, quella della mia vita passata.

sabato, 14 febbraio 2009

Stamani Maria Pia non va a lavorare in fabbrica. Quando Maria Pia non va a lavorare e Andrea sì, quel giorno si chiama sabato; quando invece nè Maria Pia va in fabbrica, nè Andrea in biglietteria, quel giorno si chiama domenica. La sveglia suona, come tutte le mattine, alle 5,30. Maria Pia è la prima ad alzarsi: si prepara in fretta e scende nel reparto dei gatti per distribuire croccantini e scatolette, quindi fa il giro per somministrare medicinali ai gatti ammalati. Poi viene il turno di noi cani. Andrea si alza dieci minuti più tardi. Lui è molto più lento a connettere, appena sveglio. Quando esce dal bagno, lavato e pettinato, Maria Pia è già risalita al piano superiore e ha preparato il caffelatte. Subito dopo la colazione Andrea infila il giaccone pesante e va in biglietteria con Rex, il nostro bellissimo amico, un pastore tedesco. Stamani il termometro esterno segna  meno sette gradi. Andrea entra nel box alle sei e dieci , prepara tutto il necessario perchè la biglietteria sia in grado di servire i primi, assonnati utenti, con Rex che, infilatosi sotto la scrivania, è pronto a riprendere il sonno interrotto. Maria Pia invece inizia la “pulizia grossa”, quella di ogni sabato, ovvero rivolta come un calzino la casa-rifugio, pulendola da cima a fondo, sia all’interno che nei reparti esterni. A volte qualche ragazza dell’Associazione si presenta in sede per darle una mano: stamani sono arrivate Rossella e Diletta. Il più delle volte invece lei fa tutto da sola. La “pulizia grossa” termina in genera verso le 12,30, ovvero l’ora in cui Maria Pia e Andrea si mettono a tavola. Il loro pranzo è molto semplice, a volte addirittura spartano. Tempo da dedicare ai fornelli non ce n’è, quindi sono sempre i legumi, le patate, i formaggi, le uova ad apparire in tavola, con tanto pane. L’estate invece è un trionfo di insalate e pomodori, cetrioli e sedani. Anche perchè loro due sono vegetariani da alcuni anni, e questo fatto semplifica molto le esigenze del palato. Finito il frugale pasto, immancabilmente arriva il momento per noi cani più “eletrizzante”: la distribuzione dei biscotti comprati appositamente per noi. Sono buonissimi e non contengono zuccheri. Quando in cucina la Moka del caffè comincia a borbottare, sappiamo che il momento tanto desiderato sta per arrivare: Maria Pia entra nella stanza da pranzo con un piattino su cui due tazzine colme di caffè spandono il loro aroma, mentre Andrea entra con il barattolone dei biscotti. L’urlo di guerra lo lancia proprio lui, e tutti noi balziamo giù dal divano, dalle poltroncine, sbuchiamo da sotto i tavoli e cominciamo a fare una gioiosa “cagnara”. L’urlo è: “bicooottooo…” (chissà perchè i nostri sono “bicotti” e non biscotti, ma ormai ci siamo affezionati a questa parola storpiata), quindi Andrea passa alla distribuzione chiamandoci uno ad uno per nome, rispettando l’ordine con cui ognuno di noi è arrivato nella casa-rifugio. Ovvero: Flippo Lippo, Cleo, Minnie (ahimè! io non potrò mangiarne mai più, però Andrea mi chiama ugualmente, sottovoce, per non addolorare Maria Pia), quindi Lupo, Rex, Otto, Aprilia, Trottolina, Diana, Olivia (ma anche Olivia ora è esclusa dal giro, essendo stata segregata con Bob dopo la tragica mattina della mia morte), quindi Mamì e Buck. Bob invece il “bicotto” non può proprio mangiarlo causa la sua allergia alimentare. Anche la zuppona delle 17,00 non gli viene somministrata, lui deve rispettare una dieta molto rigorosa. Di sabato arrivano spesso dei visitatori, gente che vuole vedere la casa-rifugio e i suoi ospiti. Alcuni di loro non vengono a mani vuote, portano croccantini e scatolette di carne; altri lasciano spontaneamente una offerta al momento di accomiatarsi. Anche oggi sono arrivate tre famiglie, e una di loro con uno scopo ben preciso: adottare un micio. Si sono subito innamorati di Alina, una deliziosa cucciola nera di tre mesi, salvata dalla strada nei pressi di Falciano con la sorellina Ermengarda da una signora che le ha viste vagare, quasi due mesi fa, affamate e disperate. Raccolte, le ha portate allo Scudo di Pan, dove sono state accolte, curate e vaccinate. Ora tutte e due sono state accasate, prima Ermengarda e oggi Alina. Ma la giornata non è ancora terminata: Andrea continua il suo andare avanti indietro tra casa e biglietteria, Maria Pia carica in auto Buck per una ulteriore visita di controllo dai nostri veterinari. Buck è rimasto paralizzato l’anno scorso perchè investito da un’auto. E’ stato portato qui da noi da una veterinaria nel mese di ottobre, la quale lo raccolse ferito a Latina, a sud di Roma. Gli è stato comperato pochi giorni dopo un carrello per poter di nuovo camminare, proprio come quello che usa Flippo Lippo da ormai cinque anni. Ora sta sopraggiungendo la sera. I gatti sono tutti rientrati nella grande stanza dove si rifugiano per stare più caldi, ammucchiati uno accanto all’altro. Noi… loro, i cani invece, salgono al primo piano per stare vicini ai loro cari custodi, tranne Bob e Olivia appartati nel capanno in fondo al giardino. Un altro giorno è quasi trascorso, un altro giorno arriverà. Ma non per me.

lunedì, 16 febbraio 2009

Ieri mattina, domenica, “Lo Scudo di Pan” è uscito di buon’ora per piazzare il gazebo davanti all’ingresso di “Marino fa mercato”, un grande “store” che apre anche nei giorni festivi. Il freddo era così intenso che le mani dei due soci volontari, Maria Pia e Andrea, si rifiutavano di obbedire e non ne volevano sapere di montare la struttura in metallo, ma poi a forza di soffiate sulle dita con l’alito caldo e di sfregamenti,  il gazebo è stato issato. In mattinata è giunta a dare una mano anche Maria da Bibbiena, uno dei soci fondatori; così Maria Pia è potuta rientrare nella casa-rifugio per accudire tutti noi, cani e gatti. Noi cani siamo 13….. volevo dire 12, visto che io non esisto più per la Terra (riuscirò mai a rassegnarmi?) mentre i gatti adulti sono 70! Ognuno di noi ha un nome, un libretto sanitario e una robusta razione di cibo e di amore, cose che fanno passare in secondo ordine il fatto che lo spazio a nostra disposizione è decisamente scarso. Il più anziano dei cani è Flippo Lippo, il veterano dei gatti invece è Spino. Spino è un bellissimo maschio nero, portato in sede nell’ottobre del 2000 dai Vigili Urbani di Capolona. Io allora ero ancora una “bimba”: avevo sette mesi ed ero vivacissima. Spino invece avrà avuto si e no quindici giorni, era spaventato e soprattutto terribilmente affamato!! E’ stato allevato, come ricorda sempre Maria Pia, con latte in polvere e bacini. Anche l’ultimo arrivato è un gatto nero maschio, solo che lui è già adulto. Dalle analisi del sangue che gli sono state fatte è risultato sieropositivo, ovvero ammalato di AIDS felina. E’ stato pertanto alloggiato nell’apposito reparto, assieme agli altri 14 gatti che hanno lo stesso, grave problema: per loro anche un semplice raffreddore può risultare fatale. Andrea lo ha “battezzato” Puma, e il nome gli sta proprio bene. Io non ho fatto in tempo a dargli il benvenuto, essendomene andata tre giorni prima del suo arrivo. Puma non saprà mai chi era la Minnie. -
Il freddo patito ieri è costato caro a Maria Pia. Stamani si è alzata che non si sentiva affatto bene. Ha ugualmente distribuito cibo e cure a tutti noi, come sempre, e come sempre è andata al lavoro in fabbrica; ma rientrata per il pranzo si è infilata a letto con la febbre, tremando come una foglia. Coraggio “Grande Mamma” di noi tutti, non puoi fermarti, loro hanno bisogno di te.

mercoledì, 18 febbraio 2009

Lupo è tanto triste. Sente moltissimo la mia mancanza: lui è sempre stato innamorato di me. Quando io e lui si riposava sul divano della stanza da pranzo, che funge anche da salotto per la televisione  e da stanza per Internet, passava intere mezzore a leccarmi il muso e le orecchie. Io lo lasciavo fare per un po’, poi mi stancavo e gli ringhiavo. Ma lui faceva gli occhi dolci e mugolando una supplica continuava a baciarmi con passione. “Lupo sta facendo uno shampoo alla Minnie!” sentivo dire in tono scherzoso da Maria Pia, rivolta ad Andrea. Lupo è arrivato alla casa-rifugio pochi mesi dopo di me. Era un cucciolotto molto bello, con i tratti del pastore tedesco, anche se la pelliccia era troppo scura per essere di razza pura. Venne preso da Maria Pia e Andrea alla Fiera Antiquaria di Arezzo, nel mese di luglio del 2000. Due fieristi improvvisati vendevano carabattole e cianfrusaglie, oltre alla cucciolata che tenevano sotto un tavolaccio, dentro una cesta. Di quattro fratellini ne erano rimasti solo due, un maschio e una femmina. Erano il frutto d’amore tra una cockerina ed un pastore tedesco, così almeno assicurava la donna che se ne voleva sbarazzare, guadagnandoci qualcosa. Erano due “pallottole” di pelo oltremodo interrate e polverose, nati verso la fine del mese di maggio. Mauro, il fratello di Maria Pia, da tempo andava dicendo che voleva adottare un cane perchè facesse la guardia alla casa, quando si doveva assentare per il lavoro. E così lei prese il maschietto per il fratello. Avvisatolo per telefono, Mauro si disse contento, pregando però la sorella di tenere il cucciolo per un paio di settimane perchè lui stava partendo con la famiglia in camper, verso le sospirate vacanze estive. Detto e fatto: il fagotto di pelo e polvere entrò in quella che sarebbe diventata in futuro la casa-rifugio dello Scudo di Pan. Ci restò per le due settimane previste e… oltre. Lupo è ancora dei nostri perchè Maria Pia e Andrea si erano troppo affezionati a quella creatura e non ne vollero più sapere di separarsi da lui! Siamo così cresciuti insieme io e lui, prima cuccioli e poi adulti. Abbiamo anche fatto l’amore più di una volta, ma Lupo non poteva darmi i figli che tanto desideravo perchè nel frattempo era stato vasectomizzato dal veterinario. Di questo fatto non riusciva a capacitarsi e se ne faceva una colpa. Mi riempiva pertanto di attenzioni e di affetto, ed era gelosissimo, al punto che un giorno osò addirittura attaccare Flippo Lippo, l’indiscusso capo branco di casa, mordendolo ad un orecchio perchè Flippo si era avvicinato troppo a me, con intenzioni galanti…..
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Mi sono sorpresa a pensare che da quando sono arrivata in questo luogo strano, dove il tempo sembra non esistere, io non mi sono mai mossa. E’ vero che non ho più un corpo da spostare, ma insomma mi sarei anche stancata di questa situazione e vorrei poter fare qualcosa. Qua non esiste un suono da ascoltare, o un odore da fiutare… Non parliamo poi di cibo, delle ottime zuppe che mi preparavano Maria Pia o Andrea… meno male che non avverto gli stimoli della fame! Solo la vista mi viene in soccorso, anche se qua dove mi trovo non serve un gran chè, immersa come sono nei vapori più o meno stagnanti. Però ho la grande, grande consolazione di poter vedere ciò che accade in quel fazzoletto di terra dove ho vissuto e dove sono stata felice.

giovedì, 19 febbraio 2009

….. scendo le scale con Andrea, che si appresta ad andare in biglietteria. E’ un impulso improvviso il mio: stavo riposando sul divano, accanto a Lupo, con Flippo Lippo e la Cleo che dormivano sul lato opposto, accanto all’altro bracciolo. Sento Andrea che dice rivolto a tutti noi: “Io vado, fate i bravi!” “Scendo con lui – penso – guardo che tempo fa.” Avverto il pensiero di Andrea quando gli sguscio tra i piedi e lo precedo giù per le scale: “Minnie… non…” Più che un pensiero formulato, il suo è un presentimento. Sa che Olivia tre giorni prima mi ha aggredito, dopo un battibecco tra me e lei, ferendomi ad una coscia; ma lui adesso deve correre, il treno arriverà a minuti. Sento chiudersi l’uscio della casa-rifugio, io sono già in giardino e fiuto a distanza l’umore di Olivia, scesa da una diecina di minuti assieme a Otto e alla Diana. Non avverto nulla di buono, anzi! Olivia è come se mi aspettasse, ora mi sta fissando… poi assume la posizione di attacco, i muscoli tesi, pronti a scattare. Mi metto sulla difensiva, non devo farle capire che ho paura! Diana rientra precipitosamente a casa, passando dal sottoscala, Otto ha lo sguardo smarrito e non sa che fare, forse vorrebbe rientrare anche lui ma non riesce a muoversi. Ed ecco improvvisi i balzi di lei, gli occhi feroci che mi puntano, le labbra sollevate a mostrare i denti, pugnali di avorio. Arretro appena, non voglio girarle la schiena, so che è peggio. Faccio appena in tempo a mostrarle anch’io i denti ma vengo subito rovesciata dalla forza d’urto del suo corpo: lei è troppo grande e più pesante di me. Cerco di rialzarmi prontamente, ma una fitta lancinante al ventre me lo impedisce. Mi sento sollevare e sbattere a destra e a sinistra, le mascelle di Olivia mi hanno afferrato in una stretta mortale. Gli alberi, le siepi, il suolo del giardino girano vorticosamente. Avverto con lucidità che lei mi sta strappando le viscere dopo avermi strascinata per molti metri. Non sento male, solo il cuore che mi scoppia dal terrore. Cerco disperatamente con gli occhi Andrea e Maria Pia, non riesco ad emettere un guaito! L’ultima immagine, prima del buio totale, è quella di Otto, a dieci metri da me, impietrito come una statua, gli occhi tondi, allucinati. Poi più nulla. Quanto tempo è passato da quei terribili istanti? Non so dirlo. Sono immagini vivissime quelle, che tornano ogni tanto alla mente, ma ormai non mi appartengono più… E’ come se avessero ucciso un’altra Minnie.

sabato, 21 febbraio 2009

Olivia ora non vive più assieme a noi (e dai!… non vive più assieme a loro), al piano superiore della casa-rifugio. Per un attimo di follia, di risentimento feroce, ha perso molte delle cose buone a cui si era abituata: dormire sui divani o dentro ai grandi catini imbottiti di calde coperte, partecipare alla distribuzione dei “bicotti” che avviene minimo tre volte al giorno, la presenza di Maria Pia e Andrea quando si mettono a tavola o si riposano, la sera, sonnecchiando davanti al televisore. Subito dopo il “terribile fatto di sangue” lei è stata portata nell’altra metà del giardino, quella dove vive il gigantesco Bob. Maria Pia e Andrea hanno perso la fiducia nei suoi confronti, temono che l’istinto feroce del pitbull possa avere di nuovo il sopravvento, all’improvviso, e uccidere gli altri cani più deboli, Flippo Lippo e Buck, ad esempio, e la Cleo, tutti e tre della mia taglia e per di più disabili: Flippo e Buck hanno gli arti inferiori paralizzati, alla Cleo manca la zampa anteriore sinistra. Non parliamo poi della minuscola Trottolina, della Aprilia tutta pelo e svenevolezze, o di Otto, pauroso oltre l’immaginabile. Perfino Lupo correrebbe dei rischi, se non altro perchè molto più anziano di lei. Diana è più alta di statura della Olivia, ma di carattere mite, giocoso e inesperta di lotta (anche se sta prendendo lezioni da Bob). Solo Rex, la maremmana Mamì e Bob (quest’ultimo dalla forza devastante) le potrebbero tenere testa qualora Olivia dovesse di nuovo perdere il lume della ragione. Non è dunque un castigo averla isolata, ma una dolorosa precauzione. Inoltre, voglio essere giusta fino in fondo con lei, benchè sia stata la mia carnefice, Olivia è da tempo che non sta bene. E’ dimagrita a vista d’occhio nonostante mangi moltissimo. Avendo notato il suo deperire, Maria Pia l’ha portata più volte dal veterinario, mentre Andrea ha cominciato a propinarle delle zuppe pantagrueliche! Analisi delle feci, delle urine, del sangue… non ha tralasciato nulla il veterinario. Ultimamente, con me già defunta, è stata sottoposta anche ad una ecografia. Non è risultato alcunchè di anormale. Ora lei è comunque sotto cura per tentativi, cominciando con medicinali per il fegato e una dieta esclusivamente a base di Hepatic, poi si vedrà. Magrissima, le costole che si contano una ad una, sempre tremante. Sembra proprio che il bellissimo mantello a pelo raso, di colore grigio dai riflessi verdi, non sia in grado di proteggerla dal freddo pungente di questi giorni. Le è stata preparata una grande cuccia di legno e sistemata accanto a quella di Bob, entrambe sotto un ampio telo cerato, e quando all’imbrunire Andrea va da lei per mettere dentro la sua cuccia tre pesanti coperte di panno, vedendola così remissiva e tremante, le sussurra col groppo alla gola: “Cosa hai mai combinato, sciagurata!” Oltre al dolore vivissimo per la mia straziante morte, nel cuore suo e di Maria Pia c’è anche quello di aver dovuto allontanare Olivia da loro e dagli altri suoi simili.

martedì, 24 febbraio 2009

Da un paio di giorni Viso Pallido è fuggito dal reparto dei gatti sieropositivi. Strana fuga la sua! E’ riuscito a trovare un varco nella rete perimetrale o in quella che fa da totale copertura, ovvero da tetto, e se ne sta sdraiato su un cuscino di foglie secche, cadute dal ciliegio selvatico sulla rete orizzontale del tetto, a un metro dal suo reparto. Maria Pia e Andrea, sgomenti, non sanno assolutamente come ciò possa essere accaduto. Aiutati anche dai soci Maria e Laura S., hanno esaminato palmo a palmo sia le reti perimetrali che quella di copertura, senza riuscire a trovare un benchè minimo foro da cui possa essere “evaso” il fuggitivo. Per ora Viso Pallido non si è allontanato, di tanto in tanto si stira per sgranchirsi e si mette a fare il funambolo, camminando sulle altre reti in orrizontale che coprono il reparto dei gatti sani, poi torna beato al suo giaciglio arboreo. Solo un paio di volte ha tentato di atterrare, la prima volta saltanto nella parte che ospita Olivia e Bob. Andrea l’ha visto in quel preciso momento e gli si è gelato il sangue! Olivia infatti è subito scattata per afferrarlo con le sue formidabili mascelle, ma Viso Pallido è stato lesto come… un gatto ad arrampicarsi sulla rete e tornare a dormire tra i rami del ciliegio. Identica scena quando, non contento, è balzato a terra dalla parte che ospita gli altri dieci cani: Mamì la maremmana, Diana la labrador e Trottolina la nanerottola sono partite all’attacco, mentre Otto il setter-bracco ha assunto una perfetta posa plastica da “cane da punta”, con tanto di zampa anteriore alzata, in attesa di udire in rapida successione la duplice esplosione di una doppietta, anche se lui è terrorizzato dagli spari, ma l’istinto è istinto! Naturalmente Viso Pallido li ha beffati dirigendosi velocemente verso la gigantesca mimosa e scalandola in quattro balzi, su e ancora più su, fino ad arrivare dove i rami di questa toccano e incrociano i rami del ciliegio selvatico, passando quindi su questo e scendendo di nuovo verso il soffice letto di foglie secche. Nel cortile attiguo, invece, un fazzoletto erboso che appartiene al condominio del grande edificio alle spalle della nostra casa-rifugio, Viso Pallido può scendere tranquillamente: nessuno frequenta quel luogo, neppure un cane! Maria Pia ha pensato allora di collocarci una gabbia a scatto, con dentro a mo’ di esca il contenuto di una scatoletta di carne, dall’odore invitante. La speranza è che il fuggiasco, vinto dalla fame, ci si introduca per rifocillarsi. Sono due giorni che non mangia e non beve, alla fine dovrà capitolare!
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Ho visto di nuovo la grande colonna rosso-arancio spuntare improvvisa dal basso, avvolgendosi su se stessa come una enorme spirale, e salire lentamente per poi sparire alla mia vista. Era più vicina a me della volta precedente, ma non so dire di quanto. Io non ho punti di riferimento. So solo che era ancora più grande, ipnotica. Risucchiava una quantità enorme di nebbia lattiginosa e di piccole nubi bianche, lanose, simili a un folto gregge di pecore che senza fretta, con ampio moto circolatorio, si raduna per poi sparire dentro all’ovile. E, ne sono sicurissima, per la prima volta da quando mi trovo in questo luogo, mi è parso di… sentire! Le mie orecchie hanno percepito un ronzìo. So benissimo di non avere più delle orecchie, ma così mi viene da dire. Del resto, se io VEDO quello che accade attorno a me e lontano, verso la casa-rifugio, pur non avendo più gli occhi, posso affermare di SENTIRE pur non avendo più le mie orecchie. E’ stata una sensazione bellissima, che mi ha commosso, anche se il suono udito era solo uno stupido ronzìo provocato da non so che, forse proprio dalla misteriosa colonna rosso-arancio.

sabato, 28 febbraio 2009

Di tanto in tanto, qualche gatto del “settore sieropositivi” viene prelevato da Maria Pia e portato al primo piano dell’edificio principale. Lì si trova anche l’infermierìa, detta la stanza degli armadi per il semplice motivo che vi stazionano due ampi armadi “quattrostagioni”. La stanza è angusta, ciò nonostante l’abilità di Maria Pia nel sapere sfruttare al massimo gli spazi, le ha consentito di infilarci una scansia metallica a cinque ripiani, oltre a sette grandi gabbie che servono per alloggiarci cucciolate feline o gatti adulti malati. Ultimamente è toccato a “Il Veneziano” lasciare la casina di legno del reparto sieropositivi per essere alloggiato in una di quelle grandi gabbie, la numero 2. Il Veneziano, infatti, un magnifico esemplare di gatto bianco e nero, ha preso il raffreddore, cosa da niente per un animale sano, ma alquanto pericolosa per uno con l’AIDS felina. Curato da Maria Pia per una diecina di giorni con gli antibiotici, e ristabilitosi dal malanno, è stato ricollocato nel suo reparto, approfittando anche della bella giornata di sole. Sono quasi tre anni che Il Veneziano è con noi. Lo portarono i vigili di Capolona, spiegando che era caduto dalla superstrada, che porta verso l’Alto Casentino, in uno dei sottostanti piloni di sostegno, essendo la superstrada in quel punto sopraelevata. Chiamati da qualcuno che si era accorto di questo gatto in difficoltà e in posizione alquanto scomoda, i vigili del comune dovettero fare intervenire i Vigili del Fuoco dalla vicina Arezzo. Recuperato il micione maldestro, venne consegnato allo Scudo di Pan perchè si prendesse cura di lui. Subito Andrea lo ha “battezzato” Il Veneziano perchè il suo bel muso sembra celarsi dietro ad una mascherina nera, che gli lascia scoperto solo il mento che è bianco, mentre le zampe anteriori sono una bianca e una nera: una autentica maschera da carnevale veneziano, insomma.
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Nella tarda mattinata arriva al 339-3316079 (il cellulare di Andrea) una richiesta di aiuto: una segretaria dell’istituto Margaritone di Arezzo chiama Lo Scudo di Pan spiegando che una gatta, senza fissa dimora, da qualche tempo ha scelto il cortile della scuola per passare gran parte delle sue giornate. Impiegati e insegnanti l’ hanno eletta mascotte dell’istituto, ci si sono affezionati e le portano da mangiare. Ma essendo una femmina, c’è il rischio che un bel giorno arrivi nel cortile seguita da tre o quattro cucciolini. Dopo un rapito consulto, hanno deciso di chiamare Lo Scudo di Pan, avendo saputo che la nostra associazione contribuisce alle spese di sterilizzazione di cani e gatti senza famiglia, per contenere la nascita di poveri randagini. Accettate le condizioni dettate da Maria Pia, lei stessa si è recata ad Arezzo per prelevare la gatta. Il prossimo lunedì verrà visitata dai nostri veterinari per sincerarsi che non ci siano problemi di salute, quindi sarà sterilizzata e riportata nel suo ambiente prediletto, la scuola appunto. Un altro piccolo passo avanti nella lotta contro la piaga del randagismo.

giovedì, 05 marzo 2009

Oggi avrei dovuto compiere nove anni, una età di tutto rispetto per un cane! Ma non ci saranno più compleanni per me. Il pensiero va ai miei fratelli: Key era la più minuta e dal mantello chiaro, Panda invece era il più robusto e aveva il pelo lungo: sia la Key che Panda li rivedevo, di tanto in tanto; della dolce e melanconica Smokie e del vivace Paco invece non ho mai più avuto notizie dal momento che ci separarono. Eravamo proprio una bella cucciolata! La nostra mamma, Stella, ha appena un anno più di noi e vive sempre con Fabrizio, un bravo “padrone” che le vuole veramente bene.
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In questi ultimi giorni nella casa-rifugio sono accaduti dei fatti importanti. E’ stata adottata una nostra gatta adulta, fatto molto raro perchè Maria Pia e Andrea malvolentieri si separano dai gatti che non sono cuccioli, e hanno ragione: il gatto è animale abitudinario e non ama lasciare il luogo dove ha vissuto a lungo. Ma a volere la Pinta, una magnifica tricolore a pelo lungo, è stata Rossella, socio de Lo scudo di Pan, la quale viene spesso il sabato mattina a dare una mano per pulire il gattile. Così ha avuto modo di conoscere Pinta e se n’è innamorata. Come dirle di no? Ciao Pinta, buona fortuna! Chi invece se n’è andato nel sonno, stremato dagli anni, è Poldo. Maria Pia lo ha trovato la mattina presto già freddo, nel posto dove amava passare la notte. Poldo era arrivato nella casa-rifugio alla fine del mese di ottobre del 2007 che era già molto anziano. Lo portò assieme a Missy, anche lei adulta, una ragazza di Arezzo che pur amando i suoi due gatti, se ne doveva staccare perchè il padre di lei, un uomo pure lui avanti negli anni, non ne voleva più sapere di gatti e minacciava di continuo di farli sparire malamente. Così Claudia si accordò col nostro Andrea, gli affidò i suoi amati Poldo e Missy adottandoli entrambi a distanza con una retta di 50 centesimi al giorno per ognuno di loro. Avvisato subito del decesso di Poldo, Andrea da solerte segretario dell’Associazione ha immediatamente scritto e spedito una lettera a Claudia, comunicandole la triste notizia. Io Poldo l’ho conosciuto, anche se non ho avuto modo di frequentarlo. Nel periodo in cui arrivò, infatti, la struttura della casa-rifugio era stata modificata, separando di fatto noi cani dai numerosi gatti che via via venivano accolti.
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Per un vecchio gatto che se n’è andato, ecco un cucciolo di cane che arriva! Tobia è stato accolto nella casa-rifugio e ha colmato lo spazio vuoto lasciato da me un mese fa: giusto così, ma questo cucciolo non potrà riempire il vuoto che ho lasciato nel cuore di Maria Pia e Andrea: questo non sarà mai. Ecco com’è andata: una diecina di giorni fa un tale di Porrena telefona a Lo Scudo di Pan chiedendo aiuto. La sua cagna ha partorito quattro cuccioli e non sa come fare per darli via. Andrea prende nota e chiede quando sono nati. Hanno circa cinque mesi, è la risposta. Si informa anche sulla grandezza, o taglia, vuole sapere quanto pesa la madre, se sa chi è il padre e via dicendo: tutte informazioni che possono risultare utili per una adozione. Guardando i suoi appunti, Andrea trova una richiesta di qualche giorno prima che potrebbe andare bene. Mette in contatto le due persone e il gioco è fatto: uno dei quattro cuccioli viene adottato. Il tale di Porrena si rifà vivo sempre per telefono e chiede come può fare per gli altri tre. “Li porti domenica prossima da Marino fa Mercato – è la risposta – noi della Associazione saremo lì col nostro gazebo per raccogliere offerte, vedremo di trovare casa anche agli altri.” Così infatti avviene. Domenica primo marzo la persona in questione porta i tre cuccioli, che per la verità sono di taglia più grande di quanto detto per telefono. Uno di loro poi zoppica vistosamente. Maria Pia si preoccupa subito e chiede il motivo del suo incedere claudicante. La risposta è per lei un autentico pugno nello stomaco! In pratica il povero cucciolo è stato visto rientrare verso casa con una zampa completamente spezzata, addirittura il piede dell’animale era girato verso il muso, non verso terra. Un’auto? una bastonata di un vigliacco? una caduta? non si sa. Con disarmante franchezza il padrone aggiunge che, non avendo il denaro per portarlo da un veterinario e farlo operare immediatamente, ha “lasciato fare alla Natura”! Queste le sue precise parole. Rimessa con le mani la zampa in posizione normale, non ha fatto altro, neppure una fasciatura. L’osso si è così rinsaldato da solo col tempo in modo casuale, ovvero male, e il cucciolo non potrà mai più camminare e correre correttamente. A questo punto la decisione di Andrea è stata repentina, senza neppure consultarsi con Maria Pia: quel cucciolo, che non troverà mai una famiglia disposta ad adottare un cane storpio, entrerà nella casa-rifugio e riceverà tutte le cure necessarie per rimediare meglio che si può alla sua disgrazia e alla negligenza di chi doveva provvedere subito. Figuriamoci se Maria Pia ha detto di no! Gli è stato dato il nome di Tobia, in ricordo dei trascorsi radiofonici di Andrea, che trasmetteva nelle radio private con lo pseudonimo di Tobia della Torre. Dopo tanta sfortuna, qui ti troverai bene, povero cucciolo, parola di Minnie!

lunedì, 09 marzo 2009

La casa-rifugio e il suo giardino fiancheggiano per tutta la loro lunghezza la linea ferroviaria del Casentino. La recinzione che corre lungo il marciapiede tra il passaggio a livello e il ponte sul fiume Arno è completamente coperta, nei mesi primaverili fino a quelli autunnali, da un folto intreccio di rami e foglie delle siepi, le quali occultano la vista del giardino a quei passanti che s’incamminano lungo tale marciapiede. Tra le varie siepi presenti, c’è anche un vecchio glicine il quale, negli anni, è cresciuto intrecciandosi con un tratto di rete, quella più vicina alla spalletta del ponte. Ebbene, il vecchio glicine, sempre più pesante, ha finito con il fare inclinare la rugginosa recinzione verso l’interno del giardino, scardinando i paletti di sostegno dal muretto nel quale erano infissi e mandando in frantumi i mattoni. Il groviglio erboreo e metallico non è crollato del tutto, nonostante la forte inclinazione, perchè sostenuto dallo stesso, robusto glicine. Ma giorni fa, di sabato, un tecnico della Ferroviaria, accompagnato da un capomastro, ha avvisato il nostro Andrea che presto una squadra di muratori sarebbe venuta a rifare muretto e recinzione, e che di conseguenza i cani dovevano essere portati altrove. I cani in questione, che stazionano in quel tratto di giardino, sono Bob e Olivia. Immaginatevi la perplessità di Andrea! Ogni minimo spostamento all’interno della casa-rifugio determina la rottura di equilibri faticosamente raggiunti, con conseguenti problemi e pericoli per l’incolumità dei suoi numerosi ospiti. Una partita a scacchi, per capirci, dove una mossa forzata o mal calcolata può causare uno scacco matto! Studiato il problema in ogni dettaglio, Maria Pia e Andrea si mettono rapidamente al lavoro: Bob viene mandato nella nostra parte del giardino, nostra di noi altri cani intendo. Qui troneggia una grande cuccia in legno un poco malandata ma ancora in grado di “tenere” la pioggia e che nessuno di noi ha mai utilizzato. Per qualche giorno sarà il dormitorio di Bob, il quale potrà volendo usufruire anche del passaggio nel sottoscale ed entrare in casa, a piano terra, ma non gli sarà consentito di salire al primo piano. Bob infatti detesta Buck (non si capisce perchè) e non conosce ancora il cucciolo Tobia, che potrebbe dunque aggredire. Al primo piano rimarranno “prigionieri” di lusso Flippo Lippo, Cleo, Lupo, Rex, Otto, Aprilia, Trottolina, Diana, Mamì, Buck e Tobia i quali, stretti come sardine, si contenderanno divani, catini imbottiti, coperte stese sul pavimento. Di tanto in tanto verrà loro aperta la porta delle scale perchè possano scendere a sgranchirsi le zampe, tutti tranne Flippo Lippo (paralizzato) Buck (paralizzato) e Tobia (zampa anteriore spezzata e mal rinsaldata). In verità anche la Cleo è priva della zampa anteriore sinistra, ma lei se la cava egregiamente a scendere e salire le scale, sebbene siano abbastanza ripide. Olivia invece è quella a cui tocca la sistemazione peggiore, la più sacrificata in quanto non deve più stare a contatto con gli altri suoi simili. C’è un piccolo corridoio a cielo aperto, di neppure quattro metri quadrati, che mette in comunicazione la zona che deve essere isolata, per via degli imminenti lavori, con quella degli altri ospiti canini. Due robusti cancelli ai lati opposti la chiudono come una cella. Quel piccolo corridoio richiede un duro lavoro per renderlo adatto a ospitare Olivia, anche se per pochi giorni. Uno dei quattro lati infatti confina con il reparto che ospita i gatti sieropositivi, diviso solo da una robusta rete elettrosaldata, ma che non dà garanzie sufficienti per resistere agli assalti di Olivia. Lei infatti “adora” i gatti… in salmì, in fricassea, alla diavola, mantecati… e via cucinando. Vengono pertando appoggiati dei robusti pallets in legno alla rete di confine, legati tra loro, e ricoperti con un’altra rete elettrosaldata: ora Olivia non può più nuocere. All’interno del corridoio viene collocata la sua cuccia sopra ad un altro pallett, senza dimenticare le sue coperte che la proteggono dal freddo. I nostri cari e infaticabili custodi finiscono il lavoro a lume di lampada: le giornate di febbraio sono ancora corte e fredde, ma l’arrivo dei muratori ora non spaventa più.

martedì, 10 marzo 2009

Ricordate Viso Pallido, il gatto fuggitivo? Ebbene, la sua libertà è durata non più di tre giorni. Spinto dalla fame, ha finito per entrare nella gabbia a scatto sempre più carica di succulenta carne in scatola e… zac! la trappola è scattata, l’evaso è stato prontamente rimesso al sicuro dai pneumatici delle automobili e da tutti gli altri pericoli che attentano alla vita di un povero gatto. Ma altri fuggitivi hanno movimentato la vita all’interno della nostra casa-rifugio, e altro lavoro extra è così caduto sulle spalle di Maria Pia e Andrea. Ecco com’è andata. I muratori ingaggiati dalla Ferroviaria hanno nel giro di cinque giorni rifatto il muretto semicrollato lungo la ferrovia. Per prima cosa hanno segato il vecchio glicine uccidendolo: non ne voleva sapere di districarsi dalla rete che lo aveva aiutato a crescere, sostenendolo per tutti quegli anni. Ovviamente anche la rete e il muretto sono stati spianati. Quindi è iniziato il lavoro di ricostruzione, un lavoro fatto a colpi di cazzuola, di filo a piombo, di rumore di betoniera che si aggiungeva al latrare dei cani, divertiti dal via vai di carriole cariche di mattoni e di sabbia. Solo Olivia se ne stava immusonita dentro alla cuccia, stretta nell’angusto corridoio. Il quinto giorno, a cemento rappreso, è stata alzata la rete. Il lavoro poteva dirsi terminato. Sospiro di sollievo da parte di tutti: da parte di Maria Pia e Andrea, da parte di noi cani e forse anche da parte dei muratori, tutti extra comunitari dell’Est europeo, i quali nella loro incomprensibile lingua avranno più di una volta maledetto l’abbiaiare dei vari Otto, Diana, Trottolina e via dicendo. Ah, ci fossi stata anch’io, come mi sarei divertita! Quando anche l’ultimo muratore è salito sul furgone che li ha portati via, Andrea ha esaminato quanto è stato fatto, ritenendolo soddisfaciente. Ha subito richiamato Bob, liberato Olivia dalla sua scomoda sistemazione, rimettendo entrambi nella loro ampia parte di giardino. Errore di valutazione! La recinzione nuova infatti manca di una cosa fondamentale: il vecchio, intrecciatissimo glicine che nascondeva alla vista di Bob e Olivia lo spazio esterno al loro recinto. Ora invece tutto è visibile, sia le automobili che transitano a neppure cinquanta metri, sia le persone che vogliono dare un’occhiata al fiume e passano a pochi centimetri da loro, o Andrea quando va e viene per e dalla biglietteria. E i cani del paese? Eccoli là, andarsene per i fatti loro a fiutare tutto ciò che è fiutabile lungo le strade. Come resistere? Impossibile. Sono bastate poche ore a Bob e Olivia, mascelle d’acciaio entrambi, per capire che quella elegante, leggiadra rete in metallo ricoperto con una guaina verde non era assolutamente un ostacolo al loro desiderio di passeggiate extra. Andrea era in biglietteria quando una signora lo ha avvisato che “forse” due suoi cani stavano passeggiando nei dintorni, fuori dal cancello. Impossibile, ha subito risposto Andrea. Poi un dubbio lo ha assalito. Uscito prontamente per guardare in direzione della casa rifugio, ha visto proprio in quel momento transitare Bob seguito dalla Olivia, entrambi con la coda alzata a mo’ di vessillo, in segno di trionfo. Doccia fredda! Nonostante sia prossimo l’arrivo di un treno, anzi, forse proprio per questo, Andrea lascia il posto di lavoro e si precipita a recuperare i fuggiaschi, i quali si lasciano prendere senza fare alcuna obiezione, con gli occhi pieni di elettrizzante gioia. Rinchiusi momentaneamente nel piccolo corridoio che aveva nei giorni precedenti ospitato la sola Olivia, Andrea va a vedere come sia stata possibile una cosa del genere, e con raccapriccio si accorge che la elegante, leggiadra rete in metallo è stata strappata e che un foro lascia chiaramente intuire la via di fuga. Urgono i lavori di restauro e di rinforzo. Nel frattempo Maria Pia, uscita di fabbrica, viene messa al corrente di quanto accaduto. Di rete elettrosaldata, per fortuna, ce n’è in quantità, pronta per l’uso. Armatisi di tenaglie, pinze e fil di ferro, sia Maria Pia che Andrea si mettono al lavoro, quest’ultimo tenendo sempre un occhio all’orologio, per recarsi in tempo alla biglietteria via via che arrivano i treni da o per Arezzo. Come ho avuto modo di dire in altre occasioni, la forza di Bob è devastante. Assaporata la libertà, Bob è riuscito nei due giorni successivi a fuggire altre due volte, forzando anche la rete elettrosaldata, e per altre due volte i nostri cari hanno messo mano ad altra rete, altro fil di ferro, aggiungendo e rinforzando senza economia. Alla fine Andrea ha commentato: “C’è più ferro qui che sulla Torre Eiffel!”. Bob e Olivia non sono più riusciti a fuggire (per ora!).

sabato, 14 marzo 2009

Mi sveglio di soprassalto. Un forte vento fischia rabbioso, mettendo in fuga tutto ciò che mi  circonda. Banchi nebbiosi e nuvole sfilacciate sembrano impazziti tra un continuo mutare di colori smorti, che sfumano uno nell’altro assumendo tonalità tra il  grigio piombo, il verdastro o il violaceo. Mi viene istintivo rannicchiarmi; potessi mi afferrerei ad un sostegno, uno qualunque, ma qui c’è solo aria in vorticoso movimento. Improvvisa, enorme, minacciosa e incombente appare la colonna rosso-arancio. Mi sento sollevare, trascinata assieme a turbini di nuvoloni neri come la pece. Nulla e nessuno può contrastare quella forza immane. Vengo inghiottita, avviluppata nelle sue spire. Chiamo Maria Pia e Andrea, sciocca che sono! Tutto attorno, rossi lampi cangiano in bagliori color arancio; un pulsare, un ansimare possente come di mille motori marini copre l’urlare del vento. Giro e rigiro nel vortice, terrorizzata, indifesa. Sento di essere strappata via da me stessa. Poi tutto diventa buio e silenzio. Quando riprendo i sensi, la prima cosa che percepisco è la luce. La luce e il tepore! Mi guardo attorno. Sono sdraiata sull’erba, erba di un verde tenero che fa voglia di mangiarla. Sopra di me l’azzurro, anzi un celeste chiaro chiaro, come un’alba che sta per fondersi nel mattino. Mi alzo… sì, proprio così, mi metto sulle quattro zampe! L’impulso è netto. Quello che un tempo era il mio corpo ha obbedito all’impulso di alzarsi, di spostarsi: non so come, ma lo sta facendo. Non è il vento turbinoso di poc’anzi (o di centinaia di anni fa) che mi sospinge, sono proprio io che mi sposto sul grande prato silenzioso. Nulla a che vedere con il silenzio oppressivo di dove sono stata dopo la mia morte, ma un silenzio leggero, soave, come di flauto che ha appena smesso di suonare. Mi muovo senza alcuna fatica, leggera, incorporea. Attorno a me erba e fiori di campo. Più distanti, ecco tre salici dai rami piegati, mentre in lontananza distinguo una collina dai delicati contorni. Ora finalmente so di nuovo cosa sia il sotto e il sopra, dov’è la destra e la sinistra: i punti di riferimento non mancano ed è bello sentirsi in basso per poter guardare in alto! Continuo il mio soave peregrinare, ho raggiunto i tre salici, ma la collinetta è sempre là, all’orizzonte. Sette levrieri dai toraci affusolati corrono veloci, con ampie falcate, a poca distanza da me. In breve si dileguano. Avrei voluto parlare con loro, sapere dove mi trovo. Scorgo un merlo tra i rami di un salice: mi guarda con occhi curiosi. “Ehi tu!…” gli dico, ma lui dispiega le ali e vola via. Ho voglia di parlare con qualcuno, di chiedere, di sapere… è da tanto che non posso farlo. Improvvisa una voce squittisce il mio nome: “Ciao Minnie…” Mi guardo attorno, spaventata e incuriosita, e scorgo tra l’erba un topolino. Malcelando una forte emozione, gli chiedo come fa a conoscermi. Con il musino volto all’insù, i sottili baffi vibrattili e due occhi velati di malinconia, il topolino mi riporta con le sue parole indietro nel tempo, a quella mattina quando io, Andrea e Micio Spino eravamo in fondo al giardino di casa, nello spazio che ora è riservato a Bob e Olivia. Andrea controllava sconsolato tre alberelli di frutta, un melo un pero e un pesco, che stentavano ad attecchire dopo il recente trapianto. L’anno successivo infatti, uno dopo l’altro, i tre alberelli morivano. Io girellavo vicino a lui, fiutando tra l’erba, quando all’impovviso vedo Spino fare un balzo in avanti e agguantare un corpicino grigio: quello di un topolino! Istintivamente raggiungo quel prepotente, che tra l’altro amo come un figlio avendolo accudito quando era piccolo, lo scaccio in malo modo con una musata e, dopo avergli ringhiato perchè si allontanasse, mi occupo del malcapitato, tremante come una foglia, ma senza una ferita. Continuando nel racconto, il piccolo roditore aggiunge: “Pensavo di essere caduto dalla padella alla brace, e invece tu mi sussurrasti: scappa piccino, mettiti in salvo. Non me lo feci certo ripetere…” Andrea, che aveva assistito alla insolita scena, si chinò su di me e accarezzandomi le orecchie mi disse: “Brava Minnie, brava mammina!” Altri tempi. Il topolino continua a fissarmi, ora si è perfino alzato sulle zampette posteriori, come se volesse confidarmi qualcos’altro. Vedo delle folaghe che all’improvviso si alzano in volo da un laghetto la cui acqua manda dei riflessi luminosi. Ma non vedo il sole. Il sole qua non esiste. Mi rivolgo di nuovo a quel tenero esserino domandandogli come sia finito anche lui in questo luogo. Con un sorriso rassegnato risponde che tutti gli abitanti della Terra, prima o poi, passano di qui, che questa è la tappa obbligata di un lungo viaggio. Poi con un sospiro, come per togliersi di dosso un peso, racconta che quel giorno, quando scampò al gatto nero (Spino) grazie al mio soccorso,  doveva comunque essere il suo ultimo giorno. Fuggito dal mio giardino, andò nel campo confinante, curato da un ortolano, il quale teneva dei grandi sacchi pieni di patate saporitissime nel suo malandato magazzino. Una vecchia porta sgangherata chiudeva l’accesso, ma per lui era un gioco da… topo d’appartamento infilarsi tra le assi sconnesse e andare a farsi un abbondante spuntino, come aveva fatto diverse altre volte. Nella penombra individuò i sacchi accatastati, che non erano stati spostati. Odore di gatto non ce n’era, quindi attraversò in velocità lo stanzone semibuio. “Fui molto incauto, – dice ora con un filo di voce – l’ortolano aveva cosparso di colla per topi numerosi punti del piantito, ed io ci rimasi invischiato. Impossibile uscirne, più mi agitavo e più mi impiastricciavo. Per me era finita. Quando l’ortolano entrò, io ero semi asfissiato. Mandò un “Ahh!” di trionfo (ce l’aveva a morte con noi topi) e mi finì con un colpo di vanga.” Rimaniamo in silenzio ora che il suo racconto è finito, ci guardiamo a lungo negli occhi. Lui è sempe in piedi, puntellandosi con la coda, proteso verso di me. Poi si scuote, mi saluta dicendosi felice di avermi rivisto, anche se nulla succede per caso, neppure il nostro incontro! Le sue strane parole mi incuriosiscono, lo prego di spiegarsi, di dirmi se sa qualcosa di quella colonna gigantesca che mi ha risucchiato dal mondo delle nebbie. Lui abbassa lo sguardo, assorto, come se pesasse le parole: “E’ il motore dello Spazio-Tempo – dice poi – tutto passa attraverso lui. Il suo nome è Mandàla. Non chiedermi altro, di più non so e non posso…” Dopo di che si dilegua veloce tra l’erba alta e le margherite.

giovedì, 19 marzo 2009

Sono restìa a confessare a me stessa che, da quando mi ritrovo in questo luogo, in questa dimensione così diversa dal mondo delle nebbie, guardo con minore apprensione verso la mia casa-rifugio. Non è che non rimpiango più quel luogo e la vita che vi ho trascorso, che non ho vivo il desiderio di gettarmi tra le braccia di Maria Pia e Andrea! Ma mi rendo conto che loro non sono più il mio unico interesse. Sento che in questo nuovo posto, non so come, si sta preparando qualcosa che riguarda direttamente me, il mio futuro, ammesso che io abbia nuovamente un futuro e non un eterno presente!
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I problemi sono il pane quotidiano nella casa-rifugio, e ad affrontarli per cercare di risolverli sono i volontari de Lo Scudo di Pan. Maria Pia non fa in tempo a rientrare dalle otto ore di lavoro in fabbrica, che subito riparte con uno di noi cani o con un gatto (quando non sono due o tre) da portare ai nostri veterinari per un controllo. Nella stanza adibita a infermieria ora sono presenti i seguenti gatti: WASHINGTON, con una inguaribile ferita alla coscia sinistra che non ne vuole sapere di rimarginarsi da oltre due anni, cioè da quando è giunto qui dalla località Scarpacce; IMMA, priva di entrambi gli occhi, che sta facendo tutta una serie di analisi per capire il motivo della sua estrema magrezza; LEONARDO, affidato a Lo Scudo di Pan da un responsabile del WWF perchè sieropositivo; MILVA, giovanissima, miracolosamente guarita dal tetano che le aveva paralizzato tutte e quattro le zampine e il suo destino era quello di morire soffocata; IL CIRENEO, preso dai volontari de Lo Scudo in località Chiani su segnalazione di un privato perchè randagio e sofferente (risulterà infatti malato di stomatite che gli ha infiammato tutto il cavo orale, impedendogli di mangiare) e, per terminare, un gatto orrendamente ferito da un laccio, vigliaccamente posizionato da mano umana. Quest’ultimo è stato soccorso, sempre su segnalazione di un privato, da Lo Scudo che lo ha prelevato e portato immediatamente dai veterinari. Di questo sfortunato gattone voglio parlare un po’ più a lungo, perchè la sua storia merita di essere raccontata e meditata. Nato libero nei boschi che circondano il comune di Chitignano, ha dovuto mettere in pratica già da giovanissimo quanto gli aveva insegnato Mamma Gatta, dal giorno che lei gli disse: “Vai micio mio, ora devi cavartela da solo. Io devo pensare alla prossima cucciolata che già mi si muove in pancia. Buona fortuna!” Non è facile aggirarsi per campi e boschi senza una solida esperienza dietro le spalle. Quella te la fai solo a forza di errori, con la speranza di non incappare in quello fatale! Micio è diventato adulto, imparando sulla sua pelle quanto sia avvilente avere lo stomaco vuoto perchè non sei stato più svelto di quel leprotto o perchè un fagiano è stato più furbo di te. Oppure evitare le astuzie della volpe, cosa non facile, con lei sempre in giro a cacciare per i suoi due cuccioli perennemente affamati (e che adorano la carne di gatto…). Tutto sommato è sì  crudele, eppure non manca di lealtà questo gioco che decide della vita o della morte degli animali del bosco. Ci sono delle leggi che tutti loro conoscono, che regolano gli equilibri stabiliti dalla Natura. Questi equilibri però si sono alterati con l’arrivo di un animale malvagio, dotato di poteri che nulla hanno di naturale: è in grado di uccidere a distanza, senza lotta corpo a corpo che sancisce la vittoria o la sconfitta; nasconde tra la vegetazione lacci e tagliole che non hanno odore se non quello dell’esca piazzata per trarre in inganno; cosparge il terreno di bocconi avvelenati che non lasciano scampo; acceca piccoli, indifesi uccelletti perchè facciano da richiamo ai loro simili, un richiamo letale. Questo animale che dissemina morte a tradimento si chiama Uomo Cacciatore. Ma torniamo a parlare del gattone fulvo soccorso da Lo Scudo di Pan. Un brutto giorno, mentre si aggira ai margini del bosco in cerca di cibo, sente un sibilo sinistro e subito dopo una cosa che lo stringe ai fianchi. Spaventato, fa un balzo in avanti ma senza esito, perchè il suo corpo non può muoversi e la stretta ai fianchi si fa più serrata. Si rovescia allora su se stesso usando le zampe posteriori per liberarsi da quella strana cosa che gli impedisce di andarsene, ma il laccio si fa sempre più stretto, fino a entrargli nella carne. Il dolore si fa lancinante, lui perde il controllo di sè e si divincola disperatamente: nulla da fare, il laccio sembra volerlo tagliare in due pezzi. Si impone la calma, capisce che più si agita e più peggiora la situazione. Miagola furioso dal dolore e poco dopo, intuendo che per lui non c’è più scampo, si augura che arrivi la volpe per porre fine a tanta sofferenza. Dopo più di due ore di assoluta immobilità, per istinto, prova ad assotigliarsi allungandosi il più possibile ma con cautela, piano piano. Espira tutta l’aria  che ha nei polmoni senza incamerarne altra. Ha la sensazione che la stretta ai fianchi si sia appena appena allentata. Raccoglie le poche forze rimastegli, aggiungendo quella della disperazione. Così disteso e allungato, avanza strisciando sempre senza respirare. Il laccio sembra uscire un poco dalla sede che si è scavato nella sua carne… ora è il momento di tirare a più non posso, costasse anche tutto il dolore che un gatto può sopportare. Il laccio gli sta lacerando la pelle e la pelliccia, è terribile ma deve tirare ancora… ancora… a bocca spalancata dal male… ancora… Quando torna in sè, è poco distante dalla trappola mortale. Si è liberato, ma non può muoversi velocemente, non può fuggire come vorrebbe. Trascinando le zampe, poco a poco si allontana dal posto maledetto. Sulla soglia del bosco, con la vista annebbiata, scorge un gruppo di case nelle cui cantine potrebbe trovare un rifugio, cani permettendo. Passeranno tre giorni prima che una ragazza si accorga della sua presenza, acciambellato al buio sopra un sacco vuoto. Mossa a compassione per le ferite ancora aperte, il sangue raggrumato, gli porta un piattino con del macinato e un po’ di acqua. Quindi telefona a chi interverrà immediatamente, senza tante obiezioni e cavilli burocratici.

giovedì, 26 marzo 2009

Gianna telefona in lacrime ad Andrea. Uno dei suoi gatti, che vive con lei da quattordici anni, si è paralizzato e non riesce più a muovere le zampe posteriori. Il suo veterinario di fiducia spiega a Gianna, dopo la visita e le radiografie, che le possibilità di guarigione sono praticamente nulle, il gatto non può più urinare da solo e pertanto deve essere aiutato facendo pressione con le mani sulla vescica, almeno tre volte al giorno. Vista l’età avanzata dell’animale, aggiunge il veterinario, sarebbe meglio sopprimerlo. Gianna è una cosiddetta “gattara”. Si prende cura di una colonia che conta una quindicina di gatti. E’ una donna che ha un lavoro fuori casa, oltre ad avere una famiglia: tempo da dedicare ad un gatto infermo non ne ha. Di contro, non se la sente di farlo sopprimere dopo tanti anni vissuti insieme. Su consiglio del veterinario, fa un ultimo tentativo e telefona a “LO Scudo di Pan” chiedendo aiuto. Andrea cerca di tranquillizzare Gianna, acconsente ad accogliere il gatto paralizzato, pur sapendo che di spazio a disposizione non ce n’è, augurandosi in cuor suo che Maria Pia non lo rimproveri. E’ lei infatti  che, nel suo ruolo di infermiera veterinaria, dovrà prendesi cura del nuovo arrivato e sacrificarsi ulteriormente, avendo già diversi cani e gatti ammalati da curare subito prima e subito dopo il lavoro quotidiano che la vede impegnata in fabbrica! Unica nota positiva, è che di gatti paralizzati ne ha già assistiti due in passato, entrambi rimasti invalidi perchè investiti dalle automobili. THELMA fu rinvenuta in un fosso da due ragazzi, raccolta e portata alla casa-rifugio. TITO invece venne segnalato con una telefonata da un negoziante di Subbiano, che da tre giorni vedeva questo gatto trascinarsi per la zona in cerca di cibo. Venne prontamente recuperato da Maria Pia. Thelma viene definita, nell’ambiente felino della casa-rifugio, ”la miracolata”. Infatti, nell’arco di sei mesi dal suo arrivo, piano piano, gradatamente, ha cominciato a rimuovere le zampe posteriori, ed ora cammina e salta come i suoi amici ospiti. Tito è stato molto meno fortunato. Nel giro di soli tre mesi dal suo ricovero è morto all’improvviso. La causa non è stata il trauma da infortunio, bensì l’essere stato contagiato da un gatto sieropositivo, quando ancora viveva per strada.. L’AIDS felina lo ha ucciso.

TOBIA, il cucciolone di cane dalla zampa fratturata di cui ho già parlato, preoccupa molto Maria Pia e Andrea. Qualche giorno dopo essere stato accolto presso di noi, la spalla della zampa infortunata si è gonfiata in modo impressionante, formando una sacca più grossa di un pompelmo. Portato dai veterinari, la sacca piena di siero gli è stata siringata, ma il giorno dopo la spalla era più gonfia di prima. Questa volta l’intervento dei veterinari è stato più drastico: si è dovuto procedere ad una incisione per poter fare uscire tutto il siero, causato da uno scollamento della cartilagine che riveste l’osso della spalla. Una conseguenza della frattura alla zampa e mal rinsaldata, che costringe Tobia ad appoggiarla in modo anomalo. Lui, come tutti i cuccioli, ama correre e giocare, e questo sottopone la spalla ad uno sforzo continuo. Si spera che gli antibiotici e il continuo spurgo del siero a cui è sottoposto possano risolvere quanto prima questo doloroso inconveniente. Tobia del resto è bravissimo quando viene portato in ambulatorio: non recalcitra, non mostra i denti. Capisce che quel continuo aprirgli la ferita è per il suo bene. Quando il veterinario ha finito di medicarlo, lui gli lecca la mano con gratitudine. Sapete una cosa? Tobia è proprio un bravo cane!

sabato 28 marzo 2009

Vago senza una meta precisa, a volte cammino tantissimo per poi sdraiarmi e riposare. Mi piace allungarmi tutta sull’erba fresca, stirare le membra, mettermi a pancia in giù e rotolarmi: è molto rilassante, come se davvero avessi ancora il mio corpo. Mastico qualche filo d’erba, poi chiudo gli occhi e mi assopisco. Al contrario del posto dove mi ritrovai appena morta, dove la nebbia era una ossessione perenne, qui è sempre giorno. Farei meglio a dire che c’è sempre la luce, perchè il sole qui non esiste, non alterna le albe ai tramonti, i giorni alle notti. Impossibile contare il tempo che passa. Faccio molti incontri, animali che vagano solitari o raggruppati in branchi. Raramente mi fermo o vengo fermata per parlare. Ultimamente solo una serpe, bellissima nella lucente pelle a squame, dello stesso colore dell’erba su cui avanzava strisciando, mi ha sibilato passandomi accanto: “Preparati a incontrare tua sorella…” “Smokie! – ho subito pensato – la mia dolce sorellina Smokie…”
Io sono nata nell’anno 2000, il 5 di marzo, assieme ad altri cinque fratellini. Uno di noi morì quasi subito. Era debole, così debole che non riusciva a succhiare il latte della mamma. Rimanemmo così tre femmine (Key Cherokee, Smokie ed io) e due maschi (Panda e Paco). La nostra storia la si può ascoltare su YOUTUBE assieme al filmato che ci riprende mentre ci allattano col biberon. Mamma infatti stava malissimo e non ci poteva più dare il suo latte. A nutrirci e a salvarci da una situazione tragica furono Maria Pia e Andrea, assieme alle loro amiche. Quando venne il momento delle adozioni, furono distacchi dolorosi: non capivamo perchè ci stavano separando. La prima ad andarsene fu Key Cherokee, poi toccò a Panda, quindi a Paco. Smokie ed io sembravamo destinate a non separarci. Maria Pia infatti aveva deciso che io sarei rimasta sempre con lei, mentre chi aveva prenotato Smokie non si era più fatto vedere. Quando il ragazzo alto e magro, che voleva regalare Smokie al nonno, ricomparve all’improvviso per portarla via, Andrea sentì una stretta alla bocca dello stomaco. Lei era la sua prediletta perchè mostrava di essere la più timorosa di tutti noi: con gli occhi sempre tristi  se ne stava il più delle volte in disparte senza partecipare ai giochi e alle lotte tra noi fratellini. Se la serpe ha dunque detto il vero, se incontrerò Smokie in questa landa senza confini, significa che anche lei è morta!
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Quel giovanotto di 64 anni che risponde al nome di Andrea, si diverte un mondo non solo a “battezzare” i cani e i gatti che entrano nella casa-rifugio, ma a volte appioppa loro anche cognomi o titoli nobiliari, a seconda dell’ispirazione del momento. Così Flippo Lippo è diventato “conte di Calderara”, e la Cleo si chiama in realtà “         Cleo Cleopatra, marchesina di Sberlecca” per il suo continuo leccarsi le labbra quando assaggia qualche bocconcino prelibato. Anche gatto Spino per esteso si chiama “Venceslao I°, duca di Malaspina”. A me, quando ero una signorina di       sei-sette mesi, mi chiamava “Minnie Minoprio, attricetta d’avanspettacolo” perchè secondo lui avevo la coscia slanciata, nonostante la mia piccola taglia… e via dicendo. Così, quando arrivò in pianta stabile il setter meticcio, Andrea non ci pensò due volte e lo chiamò Otto von Setter! Otto è il classico esempio di cane che, trovata una famiglia adottiva quando era un batuffolo di cucciolo dagli occhioni grandi, tanto carino per farci giocare il bambino, ha avuto in seguito il torto, guarda un po’, di crescere. Adottato e prelevato dal canile comunale di Città di Castello da una signora meridionale, accolto in casa, vezzeggiato e coccolato, dopo qualche mese e qualche suppellettile da lui rovinata si ritrovò legato alla catena senza capire il perchè. Una studentessa, che abita nella casa di fronte, vedeva questo povero cane perennemente fermo (la catena non era più lunga di un metro e mezzo), di giorno e di notte, sotto il sole o la pioggia o il gelo invernale, senza neppure una cuccia dentro cui ripararsi. Avvisò del fatto “Lo Scudo di Pan” il quale, nella persona di Maria Pia, andò a parlare con la padrona del cane. Dopo un breve colloquio durante il quale la signora si mostrò più che determinata a liberarsi di lui, Otto entrò momentaneamente nella casa-rifugio, con la speranza di trovargli quanto prima una vera famiglia che sapesse volergli bene. Passarono così molti giorni, ma nessuno voleva adottare Otto: “Troppo grande, vogliamo un cucciolo!” dicevano tutti. Poi comparve un cacciatore, il quale aveva saputo del setter meticcio da una anziana signora che si era presa a cuore la sorte dello sfortunato animale. Volle vederlo, con occhio critico, e disse che prima di firmare il foglio di adozione lo avrebbe “provato” per una quindicina di giorni e capire se aveva attitudine alla caccia. Otto, per come si era mostrato sino allora, era una cane tranquillo, un po’ triste ma non timoroso: si fidava ancora dell’animale Uomo. Maria Pia e Andrea lo affidarono dunque al cacciatore: un errore che non ripeteranno mai più, dovessero vivere ancora per cento anni! Dopo circa venti giorni torna il cacciatore con Otto tenendolo con una corda al collo. “Questo cane non è buono a niente!” sono state le sue parole. E se ne è andato. Ma era proprio Otto il cane che, entrando in casa, si era subito rincantucciato in un angolo, con lo sguardo torbido, magro sfinito e con un frenetico “ballo di San Vito” che non lo teneva ferma un attimo? Maria Pia e Andrea si interrogarono con lo sguardo. Gli si avvicinarono per tranquillizzarlo, ma lui cominciò ad ululare disperatamente, buttandosi sulla schiena per evitare di essere preso per il collo. Gli occhi erano diventati bianchi: dal terrore di essere picchiato, li aveva completamente rovesciati! Continuava tuttavia ad agitare le zampe per grattarsi: il suo mantello non era nero di sporcizia, come era sembrato in un primo tempo, era ricoperto di pulci, centinaia e centinaia di pulci che lo stavano divorando! Ci volle del bello e del buono per riuscire ad afferrare quel povero animale martirizzato, avvolgerlo in una coperta, caricarlo in auto e portarlo immediatamente al più vicino lavaggio per cani. La bravissima Lory, con tutto l’amore e la professionalità che mette nel suo lavoro, ci impiegò tre ore, tra insaponature,sciacqui, risciacqui e antiparassitari, per liberarlo completamente da quel tormento. Lei scoprì anche ferite da morsi di altri cani, oltre alle croste sulla pelle causate dal suo continuo grattarsi. Ma a tutto si poteva rimediare in breve tempo, compresa la spaventosa magrezza. Ci vorranno invece anni e anni perchè Otto guarisca nell’anima. Ne sono passati più di due, ma lui non si fida ancora completamente neppure di Maria Pia e di Andrea, e di tanto in tanto gli riprendono gli attacchi di panico. Il suo continuo abbaiare isterico per un nonnulla è la sua denuncia al mondo del male patito per mano di un criminale!

mercoledì, 01 aprile 2009

Laggiù, sulla Terra, il tempo è un succedersi di giorni e di notti.  Non è schiavo di Mandàla, non lo si misura in Hara Banji come invece avviene in questo luogo sempre sereno e pieno di luce. Niente albe e niente tramonti dunque, niente stagioni, ma un fluttuare bizzarro e imprevedibile degli istanti. Da quanto mi trovo immersa in questa dimensione apparentemente immobile? Mentalmente abituata al “tempo solare”, mi sembra di esserci da almeno tre vite. Nella mia casa-rifugio oggi si festeggia il dodicesimo compleanno di Flippo Lippo. Questo significa che sono passati appena due mesi da quando me ne sono andata, e questo mi sembra impossibile!
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Il primo aprile è il compleanno “presunto” del caro Flippo. Presunto perchè lui venne trovato in un fosso, bagnato fradicio, quando aveva circa cinque mesi di vita. La sua storia la si può leggere su questo sito, alla pagina “La nostra mascotte”. Dato che il salvataggio avvenne di settembre e la nascita doveva risalire al mese di aprile, Maria Pia e Andrea fissarono la ricorrenza per il primo giorno di quel mese. “E’ stato proprio un bello scherzo del destino, un pesce d’aprile che ci ha cambiato la vita!” si dicono ad ogni compleanno, guardando il festeggiato.
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Una cagnolina della mia taglia, nera con lo sparato bianco, avanza verso me scodinzolando. Si accompagna a un cane più grande di lei, di razza indefinibile: assomiglia ai lupi delle foreste, ma ha il mantello nero e frange bionde alle zampe, lo sguardo è fiero. Non si può fare a meno di ammirarne il portamente e la bellezza. Li guardo avanzare e via via sento il cuore stringersi dalla commozione: “Smokie!…” mugolo con un filo di voce. “Ciao sorellina!” risponde lei, e cominciamo a scodinzolare festose, annusandoci e guaiendo dalla gioia. Risentiamo l’una nell’altra l’odore della nostra mamma, della nostra cucciolata, del nostro passato. Dopo lunghi momenti pieni di effusioni, lei si calma e abbassa lo sguardo. Un gesto il suo tanto caro al nostro Andrea, che l’amava per la sua timidezza. Poi, rinfrancatasi, gira glia occhi verso il pastore siberiano e dice: “Lui è Cagnara, il cane cresciuto con Andrea quando erano entrambi cuccioli.” Cagnara mi si avvicina di più, mi annusa con fare dignitoso e appoggia per un attimo la zampa destra sulla mia testa. Le frange bionde ondeggiano, mandano bagliori di oro zecchino. Quindi si accuccia e dal quel momento sembra ignorarci. Mi sento in soggezione e per non darlo a vedere mi rivolgo a Smokie. Le chiedo cosa le sia successo, da quanti anni lei si trova in questi luoghi fuori dal mondo. “Da quanti Hara Banji vorrai dire… – mi corregge -…sono più di dodicimila flussi di Hara Banji. Dalla dimensione terrestre me ne sono andata molto prima di te, sorellina!” Mi racconta quindi che il ragazzo alto e magro si ripresentò ai nostri genitori adottivi per prendersela, la fece salire sulla piccola utilitaria e dopo appena cinque minuti la fece scendere prendendola in braccio. Si era fermato su un’aia piena di galline che li guardavano incuriosite. Il ragazzo si incamminò verso la vecchia casa, sulla cui soglia era apparso un vecchio col cappello ben calcato sulla fronte. “Auguri nonno! – disse il ragazzo al vecchio che aveva  volto bonario e sguardo caldo. Quindi la depositò tra le sue braccia e aggiunse: “Così sentirai meno la mancanza della Nerina. Vedrai, ti affezionerai anche a lei!” Senza aspettare risposta o ringraziamenti, se ne tornò alla sua utilitaria e ripartì tra uno starnazzare di grosse oche bianche, sopraggiunte in quel momento. Il vecchio appoggiò Smokie a terra, con delicatezza, ammiccandole: “E te? da ‘ndò vieni? Non credere che ti vorrò bene come alla mi’ Nerina, come crede quel grullo del mi’ nipote! Comunque… ti chiamerai Nerina anche te!” Smokie gli scodinzolò mestamente, curvandosi su se stessa. Aveva tanta pena dentro, avrebbe voluto tornare da me nella casa-rifugio, ma quel vecchio aveva un odore buono e quando lui, accortosi dei suoi occhi tristi, la grattò dietro le orecchie, si rincuorò e gli leccò una mano. Passarono così più di tre anni. Il vecchio usciva ogni giorno per i campi col suo cappello ben calcato sulla fronte per controllare il lavoro dei suoi figli e delle nuore e Smokie, anzi Nerina, gli andava dietro, passo passo, senza mai perderlo di vista. Ogni stagione aveva il suo percorso stabilito: la collinetta con le viti in autunno, il campo del grano nel mese di giugno, il trifoglio nei mesi caldi, il vallone degli ulivi sul far dell’inverno. Rincasando, dovevano entrambi sopportare i brontoli della nonna perchè lei non voleva in casa la cagna. “L’altra Nerina se ne stava fuori, perchè questa qui la fai entrare in casa?” La nonna non aveva un odore buono. Era un odore pungente come la stizza che le usciva dagli occhi ad ogni contrarietà. Il nonno non rispondeva neppure. Prendeva dal canterano pane e formaggio, quindi lentamente si sedeva vicino al focolare, spento o acceso che fosse, e cominciava a masticare lentamente, allungando qualche crostello alla Nerina accucciata ai suoi piedi. Ma venne un giorno molto brutto. Il nonno, che da qualche tempo aveva fatto il viso di cera e faticava a camminare, si allettò. Fu una malattia rapida come il batter d’ali dei pipistrelli. Quando la lettiga della Croce Bianca venne a prenderlo, fu l’ultima volta che la Nerina lo vide. Lui era come assopito e non potè grattarla dietro le orecchie. Non l’avrebbe fatto mai più. Da quel giorno la vecchia casa di pietra fu preclusa a Smokie. Andava a dormire nel fienile, sotto il grosso trattore. Il mangiare, quando si ricordavano di darglielo, consisteva in una ramaiolata di pastone per il maiale o di quello preparato per le galline. Ma non se ne rammentavano spesso. In estate il vecchio tegame sfondato dove le buttavano il pastone era sempre pieno di formiche. Smokie era tristissima, non tanto per le pedate che la nonna le rifilava quando le capitava a tiro, ma perchè sentiva il vuoto che il nonno le aveva lasciato nel cuore. Un pomeriggio all’improvviso, mentre sonnecchiava accanto alle ruote del trattore, le parve di udire la voce di lui venire da oltre la strada asfaltata, portata dal vento. “E’ tornato a controllare se gli olivi sono stati potati bene!…” pensò subito Smokie col cuore in subbuglio. Il vallone degli olivi si trova al di là della strada asfaltata, dietro un’ampia curva, costeggiata da un alto costone. Smokie balzò sulle quattro zampe e si mise a correre all’impazzata, nonostante la debolezza, scendendo il fianco della collina. Si ritrovò sulla strada asfaltata, proprio nel mezzo dell’ampia curva, da dove sbucò una gigantesca ombra che la inghiottì. Il pesante camion che trasportava pietrisco non fece in tempo a scansarla. L’ultimo pensiero di Smokie fu per il nonno e per le sue callose, amorevoli mani.

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