DEDICATO A TE…

 

 

La poesia trova la sua ispirazione nelle cose più disparate: dalle grandi passioni della nostra vita ai più minuti dettagli della realtà, che vengono trasformati completamente dall’analisi, dalla capacità descrittiva e dalla sensibilità del poeta. In questa sezione, noi dello Scudo di Pan, non ci spacceremo per critici letterari ed esperti di poesia, ma abbiamo deciso di dedicarla ai vostri pensieri, alle vostre parole più sincere e sentite, oppure anche solo divertenti, purché rigorosamente dedicate ai nostri amici animali!

Inauguriamo la sezione con alcuni componimenti della nostra amica Patrizia Buracchi.

 

 

Era nero

L’arrivo (Settembre 2008)

Era nero, era un marinaio. O meglio un ammiraglio
perché solo gli ammiragli vestono di nero e lui aveva il pelo
completamente nero. Era stanco, affamato, magro, non si faceva prendere,
né accarezzare. Ma era adorabile, un adorabile gattino con gli occhi giallo limone ,
più scuri a seconda della luce. Lo convinsi a restare. Anche per far compagnia alla Mici
la mia gattina. Lui era un po’ incerto, aveva fatto un lungo viaggio, la sua nave
era naufragata. Per miracolo aveva trovato la porta della mia casa aperta.                              
Qui in campagna si lascia spesso la porta aperta, c’è il profumo delle piante, dell’erba.
C’era il sole quando lui arrivò. La Mici lo fece entrare, lo incoraggiò con una zampetta:
“Su entra qui si sta bene”
“Buon giorno” dissi “E tu che ci fai?” Lui mi guardò con i suoi occhi tondi e luminosi
“Di me ti puoi fidare” continuai” siediti , mangia qualcosa”.
Mangiò. Inizialmente, quando ancora era diffidente, veniva solo a pranzo e a cena
con la Mici. Con il tempo rimase, nel giardino, tranquillo.
Poco a poco. Si fece accarezzare anche se un po’ riluttante alla coccole.
Usciva con la Mici sempre insieme dopo cena, tornavano tardi. Erano giovani, sei , sette mesi, due gatti “trovatelli”.                                                                                                                                                                

La dipartita ( fine ottobre 2008)

Ciò che mi è rimasto dentro di lui, del suo sguardo invitante
e impaurito allo stesso tempo, è stata la  dolcezza.  Avrei dovuto capire,
da quel suo stare, dal suo guardare pensoso nella notte, il suo frugare tra le foglie,
che sarebbe andato via. Sapevo che il mio potere su di lui era transitorio
ma speravo che si fermasse, facesse di questa casa la sua dimora…invece un giorno si è allontanato e non è più tornato.
Certo , la Mici era un po’ bisbetica. Ma lui pareva essere innamorato.
“Non la lascerà mai” dicevo” è una micina pazzerella però lui non la lascerà”
Spesso lo prendevo in braccio, mi divertivo con il  pelo nero, lungo, morbido, gonfio.
Stava bene. Almeno credevo. Lo credo ancora.
Voglio credere che lui sia dovuto tornare in mare, al comando della sua nave.                                                                       
Il ricordo ( dalla fine di ottobre 2008 in poi)

Era un marinaio in fin dei conti, e il suo posto era il mare.
O forse come Ulisse aveva trovato qui la sua Nausica ma il dovere lo aveva chiamato… Sicuramente è così. La sua sparizione è stata per questo motivo.
La gattina  lo sa. E’ stata un pò malinconica, poi ha ripreso vivacità.
Io invece ancora penso a lui. A quelle sue zampotte nere, al sui incedere lento.
Mi manca. Mi manca  il suo musetto con i baffi ben tenuti, da bravo ammiraglio.
Mi manca il suo stendersi per terra, come per farmi una gentile concessione mi guardava.
“Cipollotto” lo chiamavo perchè il suo corpo era  ancora tondo e acerbo,
di gatto ancora cucciolo…
Prendevo sulle ginocchia il batuffolo di gattino-marinaio anzi ammiraglio,                                                           con le dita entravo nel nero pelo,  folto, pulito. Percepivo il battito leggero del suo cuore
di cucciolo appena affacciato alla vita. Tastavo il pancino morbido. Lui apriva le
zampe per farsi coccolare. Gli piaceva farsi coccolare sul pancino,
spesso si addormentava… era così lieve e indifeso…                        
I suoi occhi mi dicevano che era triste, che forse sognava il mare,
però il suo mugolio di piacere era un invito a farsi accarezzare.                                                                     

La mancanza ( da “poi” a “sempre” )

Si accoccolava sulle mie gambe, lo stringevo appena al petto. “Il mio cipollotto”.
Poi arrivava la Mici e lui, da innamorato lasciava il caldo delle mie braccia e la seguiva, Giulietta e Romeo, cipollotto e cipollina, Chiara e l’Oscuro.
“Ritorna piccolo Romeo” (tanto l’ho cercato e cercato )”non so dove sei e mi manchi”
Mi meraviglio come questo mio desiderio forte, non faccia sì che lui trovi la via per tornare. Allora penso le cose più nere e più truci…. ma era così bello e dolce
Nessuno avrebbe mai potuto fargli del male.

N.B.

Però credo che lui abbia incontrato una gatta dal pelo bianco
e che se ne sia innamorato.
Infatti un anno fa è venuto ad abitare da me un gattino bianco e nero…                              

Patrizia Buracchi

 

Micola

Vorrei scrivere la sua storia di cane abbandonato
la storia di un cane che aveva conosciuto il caldo ventre della famiglia, coccolato
come un bambino, un fratellino, gentile e premuroso, allegro sempre.
Vorrei scrivere la sua storia perché è un romanzo non di avventure,
ma di trascuratezza.
La Tua Storia, Micola, batuffolo bianco,
elegante cane, raffinato quasi aristocratico.
Micola, io non ti degnai di uno sguardo a quel tempo,
lasciai che si dimenticassero di te. Non ti vollero più accanto…
eri troppo grosso, avresti rovinato il parquet, le poltrone costose, la nuova casa.
Non mi accorsi della tua richiesta.
Qualcuno ti portava da mangiare, ma tu avevi un’altra fame
e quel cibo era inutile e nessuno riparò lo strappo al tuo cuore.
Qualche rattoppo e via. Ma non bastava.
Ci si può ammalare di amarezza. Vuota la vecchia casa,
vuoto e silenzioso quello che era stato grondante di calore e tenerezza.
Silenzio, freddo l’inverno
troppo feroce il calore dell’estate. Povero Micola, solo come un cane, 
ora, troppo tardi, ho pensato a te.
Ma sai, si può vivere da ciechi e da folli
da amanti distruttori e da taccagni, i ghetti umani sono nel cuore,
le spade sono forgiate per scavare inferni arroventati
la pazzia è invisibile agli occhi troppo spesso, e tu ne sei una vittima.
Sai che ora, ora che conosco la tua storia e la tua morte
(un colpo di fucile ha messo fine ai tuoi ultimi anni)
ora imparo quanto stolto sia il nostro correre e perversa la sete di felicità
che ci arde, un’opulenza incancrenita dall’indifferenza.
Il freddo che tu hai patito era il freddo della nostra insana Malattia.
Micola dolce, dove sei ora non lasciarci soli.

Patrizia Buracchi

A Filippo Lippo

Non so che dire perché Filippo Lippo mi piaceva tanto,l’ho visto una volta in tv, a teletruria forse, e anche nelle foto, era il simbolo dello Scudo di Pan, i suoi occhi dicevano tutto. Sento di dire queste parole per te e per Maria Pia, che mi vengono dal cuore, perché è stato una creatura dolcissima e tanto coraggiosa che ha tagliato in due la vita di quelli che lo hanno incontrato. E’ stato un “piccolo grande amore” di saggezza, era il cuore di tutti, a tutti ha fatto capire il senso dell’esistere.

Ci hai trasformato Filippo Lippo e ci hai riempito, hai svuotato i nostri cuori induriti e li hai colmati di un ardore incontenibile.

Sei stato l’inizio di una Storia, di un’avventura, hai tracciato un solco, hai fatto crollare le nostre difese, hai frantumato le nostre rigidità. Sei  stato mandato qui tra noi da un cielo molto più grande del nostro. Ti  sei fermato, nelle nostre coscienze e ci hai parlato. La tua essenza si respira in ogni mattone che è stato tirato su, che è stato costruito. Sei morto subito dopo il trasferimento di tutti in un’abitazione più grande, più spaziosa e sapevi che avevi contribuito a tutto questo: Ogni amico a quattro zampe che è stato curato e amato lo deve a te, il suo cuore ti apparterrà.  Prega per noi  ora che sei diventato un angelo, aiutaci perché la strada è ancora dura qui per noi e grazie per averci fatto capire che il dolore non è mai separato dall’amore  quando chi ama è un essere speciale…abbi cura di noi adesso piccolo-grande-tenace-dolce cagnolino.

 

di Patrizia Buracchi

 

Premio di poesia “Patrizia Buracchi”

Si è svolta il 3 giugno scorso la premiazione del Premio di Poesia Patrizia Buracchi, presso l’auditorium delle Santucce a Castiglion Fiorentino.
L’iniziativa, voluta ed organizzata dal prof. Tommaso Musarra,  ha avuto il plauso dell’Assessore Lachi, che si è augurato la sua prosecuzione anche nei prossimi anni, affinché divenga un appuntamento fisso della scena culturale castiglionese a ricordo della nostra cara Patrizia.
Sono intervenuti Mauro Arcioni, Lucia Marchesini e Nicola Caldarone, ricordando le passioni e la grande umanità di Patrizia Buracchi, oltre alla sua sensibilità poetica, che lucidamente traspare dalle sue pubblicazioni (raccolte di poesie e racconti): di alcune poesie si è data lettura durante la serata.
Di seguito sono state premiate Andreina Moretti (con “Lontano è la salvezza”), Sandra Tosatto e Marina Doria per la sezione a tema libero, Bruna Cantaluppi (con “Quella gatta”) e Vita Rossetta per la sezione riservata all’amore per gli animali. Sono state loro conferite delle speciali medaglie realizzate dal prof.Musarra.

 

14 agosto

Ad un gattino:

piccolo e minuscolo hai vissuto neppure un mese
Non avevi la mamma terrena ma io ti dono, ora, la Mamma Celeste,
che sei andato a trovare.
Ci sono creature che sono troppo fragili per vivere in questa vita.
Tu sei stato una di queste.
Gli umani spesso, quando questa vita è dura, se la tolgono
Per troppa sensibilità, per troppa paura o perché non vedono via d’uscita.
Tu avresti amato questa vita. Ma Dio ti ha voluto dare un’altra opportunità:
conoscere la Sua Mamma che col Suo Mantello avvolge il mondo.
Adesso sei anche tu tra quelle creature che vivono della stessa vita
del loro Creatore, la vita che Gesù nostro Signore è venuto a darci
Sé stesso. Adesso piccolo gattino troppo fragile per vivere,
Lo conosci anche tu.
Ci tenevamo tanto a te, piccolino, avevamo investito delle speranze.
Ma in attesa di noi, se ne saremmo degni, ci attendi dove tutto è soffice
come lo è stata la tua ultima cuccia., fatta di amore, solo amore terreno,
il povero nostro piccolo amore

Ciao dolcissimo (…)

Patrizia Buracchi

Pasqua 2011

(Il passero più solitario)

Non saprò cos’è accaduto tra le sue prime penne , non saprò s’è stata inadempienza mia
o il caso, o il suo destino. Gli avevo già dato un nome: Pasquino
perché l’avevo trovato qualche giorno prima del giorno di Pasqua
sul pavimento della mia cucina portato dal gatto…
Era vivo. L’ho preso come fosse una cosa sacra, un figlio caduto dal cielo.
Quel passerotto di nido era il mio cuore e io ero viva. Era un miracolo.
L’ho guardato a lungo stupita, senza respiro.
Quel suo attimo di vita sulla Terra era stato solo per me. Un regalo dell’Universo
Sono rimasta col sapore della sua peluria nella mia mente.
Ma è certo che sarei di meno se non lo  avessi avuto.
Per due giorni ha cinguettato, senza la vera madre. Io ero così piccola di fronte a lui.
Inadeguata per la sua bellezza. Improbabile il suo nutrimento.
La mattina era steso nella gabbietta. Ho percepito il Dolore dello strappo della morte
E la mia vita sarà diversa da ora in poi 
perché ho visto battere il mio cuore restando in vita.

Patrizia Buracchi

 

 

 

Cuccioli reclusi

 

 

Sono nato e mia madre è stata una gabbia
dove sono per un po’ cresciuto
con tanto freddo intorno senza capire –
Qui non esiste né madre, né padre, né  latte,
ho  bevuto liquidi che mi hanno  torturato le viscere  fin dall’inizio –
 – Io, una volta, ho intravisto il cielo tra queste celle: era… bellissimo –
Ma ogni giorno latrati di morte, l’odore della paura  accanto
l’odore dell’urina e il fetore di recinti chiusi  –
Non ho mai sognato, le  notti di un buio infinito
peggio è l’alba, impronta gelida che mi afferra:
non ho la forza di gridare,
se mi muovo nella carne entrano lame  che rovistano dentro –
Allora è meglio stare immobili e aspettare
che finiscano presto
che io possa tornare nel mio rifugio di ferro –
Un tavolo, mani bianche, dolori acuti –
Vorrei morire ma non mi è stato concesso ancora:
il mio corpo è forte e resiste alla morte.
Non so quanto tempo sia passato, nella nebbia faccio ritorno,
tutto gira intorno, mi accascio fremendo nel tormento
abbracciato a me stesso per un riparo
alla ricerca di un po’ di calore
in fondo al cuore della gabbia come in quello di una madre –
Sono tanto stanco senza avere mai capito
cosa ci faccio qui e quando potrò dormire
senza sopportare il battito incessante delle mie ossa, delle mie mascelle,
con gli occhi chiusi senza dovermi poi svegliare –

Patrizia Buracchi

 

Alla mia Mici…

Conosci il significato della parola amore?
Lo devi conoscere perché me lo hai tirato fuori con estrema lentezza
ogni giorno da quando ti ho incontrata, il pomeriggio di un luglio di anni fa.
Sei stata traditrice perché hai lasciato il tuo primo amore per venire da me,
(questa casa ti piaceva di più, sii sincera) un po’ opportunista la tua scelta,
ma non è possibile dirti di no. Mi illudo di avere conquistato il tuo cuore,
penso di esserti indispensabile non solo per il cibo.  Mi trovo a parlare con te
sentendoti ascoltatrice, saggia gatta aristocratica con qualche goccia di siamese,
il portamento da regina, lo sguardo gelido di occhi celesti.
Discendente da una lontana stirpe, qualcosa di quella aristocrazia ti è rimasta,
tra gli umani venuta a imbastardirti, gatta da esposizione per essere una Miss.
Sei solo la mia Mici, senza un vero nome, a volte ti guardi introno
e ti chiedi: cosa ci faccio in questa volgare campagna. Eri per l’alta società
e il destino ti ha confinata tra plebei.
Sei il sogno di ogni gatto maschio, sei la micia che ogni gatto vorrebbe
come fidanzata e avresti una fila infinita di felini domestici se non fossi stata
troppo presto sterilizzata. Non capisci quando capita, raramente, che qualcuno
ti annusi dietro, e fai volare una zampata
non sai che è un onore per una Turandot come tu sei avere…

Facebook Auto Publish Powered By : XYZScripts.com