DEDICATO A TE…

 

 

La poesia trova la sua ispirazione nelle cose più disparate: dalle grandi passioni della nostra vita ai più minuti dettagli della realtà, che vengono trasformati completamente dall’analisi, dalla capacità descrittiva e dalla sensibilità del poeta. In questa sezione, noi dello Scudo di Pan, non ci spacceremo per critici letterari ed esperti di poesia, ma abbiamo deciso di dedicarla ai vostri pensieri, alle vostre parole più sincere e sentite, oppure anche solo divertenti, purché rigorosamente dedicate ai nostri amici animali!

Inauguriamo la sezione con alcuni componimenti della nostra amica Patrizia Buracchi.

 

 

 ALLA MIA MICI…

Conosci il significato della parola amore?
Lo devi conoscere perché me lo hai tirato fuori con estrema lentezza
ogni giorno da quando ti ho incontrata, il pomeriggio di un luglio di anni fa.
Sei stata traditrice perché hai lasciato il tuo primo amore per venire da me,
(questa casa ti piaceva di più, sii sincera) un po’ opportunista la tua scelta,
ma non è possibile dirti di no. Mi illudo di avere conquistato il tuo cuore,
penso di esserti indispensabile non solo per il cibo.  Mi trovo a parlare con te
sentendoti ascoltatrice, saggia gatta aristocratica con qualche goccia di siamese,
il portamento da regina, lo sguardo gelido di occhi celesti.
Discendente da una lontana stirpe, qualcosa di quella aristocrazia ti è rimasta,
tra gli umani venuta a imbastardirti, gatta da esposizione per essere una Miss.
Sei solo la mia Mici, senza un vero nome, a volte ti guardi introno
e ti chiedi: cosa ci faccio in questa volgare campagna. Eri per l’alta società
e il destino ti ha confinata tra plebei.
Sei il sogno di ogni gatto maschio, sei la micia che ogni gatto vorrebbe
come fidanzata e avresti una fila infinita di felini domestici se non fossi stata
troppo presto sterilizzata. Non capisci quando capita, raramente, che qualcuno
ti annusi dietro, e fai volare una zampata
non sai che è un onore per una Turandot come tu sei avere…

Patrizia Buracchi

 

CUCCIOLI RECLUSI

Aprile 15, 2017

Sono nato e mia madre è stata una gabbia
dove sono per un po’ cresciuto
con tanto freddo intorno senza capire –
Qui non esiste né madre, né padre, né  latte,
ho  bevuto liquidi che mi hanno  torturato le viscere  fin dall’inizio –
 – Io, una volta, ho intravisto il cielo tra queste celle: era… bellissimo –
Ma ogni giorno latrati di morte, l’odore della paura  accanto
l’odore dell’urina e il fetore di recinti chiusi  –
Non ho mai sognato, le  notti di un buio infinito
peggio è l’alba, impronta gelida che mi afferra:
non ho la forza di gridare,
se mi muovo nella carne entrano lame  che rovistano dentro –
Allora è meglio stare immobili e aspettare
che finiscano presto
che io possa tornare nel mio rifugio di ferro –
Un tavolo, mani bianche, dolori acuti –
Vorrei morire ma non mi è stato concesso ancora:
il mio corpo è forte e resiste alla morte.
Non so quanto tempo sia passato, nella nebbia faccio ritorno,
tutto gira intorno, mi accascio fremendo nel tormento
abbracciato a me stesso per un riparo
alla ricerca di un po’ di calore
in fondo al cuore della gabbia come in quello di una madre –
Sono tanto stanco senza avere mai capito
cosa ci faccio qui e quando potrò dormire
senza sopportare il battito incessante delle mie ossa, delle mie mascelle,
con gli occhi chiusi senza dovermi poi svegliare –

Patrizia Buracchi

 

 

 

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