Sono nato e mia madre è stata una gabbia
dove sono per un po’ cresciuto
con tanto freddo intorno senza capire –
Qui non esiste né madre, né padre, né  latte,
ho  bevuto liquidi che mi hanno  torturato le viscere  fin dall’inizio –
 – Io, una volta, ho intravisto il cielo tra queste celle: era… bellissimo –
Ma ogni giorno latrati di morte, l’odore della paura  accanto
l’odore dell’urina e il fetore di recinti chiusi  –
Non ho mai sognato, le  notti di un buio infinito
peggio è l’alba, impronta gelida che mi afferra:
non ho la forza di gridare,
se mi muovo nella carne entrano lame  che rovistano dentro –
Allora è meglio stare immobili e aspettare
che finiscano presto
che io possa tornare nel mio rifugio di ferro –
Un tavolo, mani bianche, dolori acuti –
Vorrei morire ma non mi è stato concesso ancora:
il mio corpo è forte e resiste alla morte.
Non so quanto tempo sia passato, nella nebbia faccio ritorno,
tutto gira intorno, mi accascio fremendo nel tormento
abbracciato a me stesso per un riparo
alla ricerca di un po’ di calore
in fondo al cuore della gabbia come in quello di una madre –
Sono tanto stanco senza avere mai capito
cosa ci faccio qui e quando potrò dormire
senza sopportare il battito incessante delle mie ossa, delle mie mascelle,
con gli occhi chiusi senza dovermi poi svegliare –

Patrizia Buracchi

 

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